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La scena è dipinta
Ricordi di vita teatrale a Cesenatico fra le due guerre
di Leo Maltoni

Locandina del 1901 Erano i primi anni sessanta. Abitavo in via Semprini, nel centro storico di ponente dove sorge il Teatro Comunale, quartiere in cui era nata mia madre. Avevo messo su casa lì, padre di una bimba che aveva come compagna di giochi una cagnetta, una cocker americana di pura razza, dal pelo color sabbia e dagli occhi assai espressivi che mi era stata regalata da uno zio di Milano, e che io tenevo libera in giardino. Molte volte avevo notato persone, anche forestieri, fermi sulla strada che fiancheggiava la mia abitazione ad ammirare mia figlia e la cagnetta giocare, ma mai avevo sospettato che qualcuno di loro avesse in mente di rubarmi il cane. Avvenne, purtroppo. La prima volta la cagnetta ritornò a casa dopo due giorni, sfuggita alla prigionìa del nuovo padrone; la seconda volta, dopo tré giorni di assenza, mi costrinse alla ricerca. Qualcuno mi disse che l'aveva vista a Zadina, qualcun altro in una colonia abbandonata di Valverde ed io a correre, a chiedere informazioni a quanti conoscevo nella zona perché la questione stava a cuore tanto a me che amavo la mia compagna di caccia, che alla mia bambina che reclamava la sua compagna di giochi e spesso piangeva. Una signora un giorno mi informò che alcuni cani randagi si rifugiavano nel Teatro Comunale in cui da anni era vietato entrare e che fra essi le pareva di aver notato anche una cockerina. Come nel Teatro? A due passi da casa? La cosa mi era parsa poco probabile ma era tanto il desiderio di ritrovare il mio cane che corsi subito a cercarlo. Entrai con difficoltà. Le porte erano state murate ma una era solo fermata con robuste traverse di legno inchiodate affinchè nessuno potesse entrare. La forzai e mi introdussi attraverso una strettissima apertura. Mossi i primi passi nella penombra verso l'entrata della platea chiamando il mio cane e, mentre procedevo timoroso, lentamente mi veniva incontro una cortina di buio. Sul pavimento sconnesso, sporcizia, ruderi, calcinacci, listelli ornamentali spezzati, scatolette di latta vuote che ostacolavano il mio procedere insicuro e che, rotolando, infrangevano quel silenzio nero, tetro, quasi sepolcrale. Gradatamente i miei occhi si adattarono al buio, favoriti da alcuni tenui spiragli di luce che filtravano da qualche fessura. Piano piano presi visione nella semioscurità dell'insieme di quell'atto vandalico: muri anneriti dal fumo delle stufe a legna, palchi sventrati e modificati con muri d'emergenza per adattarli a cucine ed a camere da letto, comici decorate staccate dalle pareti dei palchi per ricavarne probabilmente legna da ardere e nell'aria un maleodorante tanfo di olio stantio e di nafta. Una scena assai simile a ciò che resta alla dipartita d'un accampamento di nomadi. Non mi azzardai a salire fin sul loggione per il buio ancor più intenso nelle strutture di salita ai piani superiori, e ritornai alla luce della strada deluso per la mia infruttosa spedizione e assai attenagliato nel cuore da un'angoscia opprimente. In pochi minuti raggiunsi la mia abitazione e nonostante le nubi di tristezza che dipingevano i miei pensieri presi in braccio la mia figliola e giocai con lei cercando di distrarla dal ricordo della sua cagnetta che non ero riuscito a ritrovare ed a riportare a casa. Per il resto della giornata il mio pensiero, però, era rimasto legato alle immagini desolanti della scena che mi si era presentata all'intemo del Teatro Comunale.


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