Ricordi di vita teatrale a Cesenatico fra le due guerre
di Leo Maltoni

Erano i primi anni sessanta. Abitavo in via Semprini, nel
centro storico di ponente dove sorge il Teatro Comunale, quartiere
in cui era nata mia madre. Avevo messo su casa lì, padre di
una bimba che aveva come compagna di giochi una cagnetta,
una cocker americana di pura razza, dal pelo color sabbia
e dagli occhi assai espressivi che mi era stata regalata da
uno zio di Milano, e che io tenevo libera in giardino. Molte
volte avevo notato persone, anche forestieri, fermi sulla
strada che fiancheggiava la mia abitazione ad ammirare mia
figlia e la cagnetta giocare, ma mai avevo sospettato che
qualcuno di loro avesse in mente di rubarmi il cane. Avvenne,
purtroppo. La prima volta la cagnetta ritornò a casa dopo
due giorni, sfuggita alla prigionìa del nuovo padrone; la
seconda volta, dopo tré giorni di assenza, mi costrinse alla
ricerca. Qualcuno mi disse che l'aveva vista a Zadina, qualcun
altro in una colonia abbandonata di Valverde ed io a correre,
a chiedere informazioni a quanti conoscevo nella zona perché
la questione stava a cuore tanto a me che amavo la mia compagna
di caccia, che alla mia bambina che reclamava la sua compagna
di giochi e spesso piangeva. Una signora un giorno mi informò
che alcuni cani randagi si rifugiavano nel Teatro Comunale
in cui da anni era vietato entrare e che fra essi le pareva
di aver notato anche una cockerina. Come nel Teatro? A due
passi da casa? La cosa mi era parsa poco probabile ma era
tanto il desiderio di ritrovare il mio cane che corsi subito
a cercarlo. Entrai con difficoltà. Le porte erano state murate
ma una era solo fermata con robuste traverse di legno inchiodate
affinchè nessuno potesse entrare. La forzai e mi introdussi
attraverso una strettissima apertura. Mossi i primi passi
nella penombra verso l'entrata della platea chiamando il mio
cane e, mentre procedevo timoroso, lentamente mi veniva incontro
una cortina di buio. Sul pavimento sconnesso, sporcizia, ruderi,
calcinacci, listelli ornamentali spezzati, scatolette di latta
vuote che ostacolavano il mio procedere insicuro e che, rotolando,
infrangevano quel silenzio nero, tetro, quasi sepolcrale.
Gradatamente i miei occhi si adattarono al buio, favoriti
da alcuni tenui spiragli di luce che filtravano da qualche
fessura. Piano piano presi visione nella semioscurità dell'insieme
di quell'atto vandalico: muri anneriti dal fumo delle stufe
a legna, palchi sventrati e modificati con muri d'emergenza
per adattarli a cucine ed a camere da letto, comici decorate
staccate dalle pareti dei palchi per ricavarne probabilmente
legna da ardere e nell'aria un maleodorante tanfo di olio
stantio e di nafta. Una scena assai simile a ciò che resta
alla dipartita d'un accampamento di nomadi. Non mi azzardai
a salire fin sul loggione per il buio ancor più intenso nelle
strutture di salita ai piani superiori, e ritornai alla luce
della strada deluso per la mia infruttosa spedizione e assai
attenagliato nel cuore da un'angoscia opprimente. In pochi
minuti raggiunsi la mia abitazione e nonostante le nubi di
tristezza che dipingevano i miei pensieri presi in braccio
la mia figliola e giocai con lei cercando di distrarla dal
ricordo della sua cagnetta che non ero riuscito a ritrovare
ed a riportare a casa. Per il resto della giornata il mio
pensiero, però, era rimasto legato alle immagini desolanti
della scena che mi si era presentata all'intemo del Teatro
Comunale.