Municipio e musica: il teatro a Cesenatico e nella Romagna dell'800
di Roberto Balzani

Quando, l' 11 luglio 1865, fu inaugurato a Cesenatico il teatro
comunale, la rete romagnola degli "stabilimenti" dedicati
alla musica, ai drammi e alle commedie poteva dirsi pressoché
completata. In base ad un'inchiesta condotta dai prefetti
nel 1868, e raccolta dal ministero di Agricoltura, industria
e commercio, la provincia di Forlì contava tré teatri antecedenti
il XIX secolo, ben undici costruiti o ristrutturati dal 1822
al 1860, e due appena (oltre a Cesenatico, S. Clemente) inaugurati
dopo l'Unità. Più o meno lo stesso accadeva in provincia di
Ravenna: tré i teatri settecenteschi, tré quelli risalenti
all'epoca napoleonica; undici aperti al tempo della Restaurazione,
ed uno solo - Cervia - voluto dal comune all'inizio del nuovo
Regno, ed inaugurato la sera di Natale del 1862. Ravenna appariva,
di gran lunga, la città di rango a più spiccata vocazione
teatrale, con un'offerta complessiva di quasi 3.500 posti
(un dato enorme per una popolazione urbana e suburbana inferiore
alle 20.000 anime). La febbre teatrale aveva contaminato perfino
i comuni minori dell'entroterra, tracimando poi, nella sua
fase declinante, verso il litorale, cioè verso l'area più
marginale e depressa della regione. Perché questa mania, che
aveva spinto notabili di solito parsimoniosi a impegnare quote
cospicue delle entrate fiscali in intraprese onerosissime,
sobbarcandosi poi costi di gestione spesso altrettanto onerosi?
In primo luogo, giocava il fascino del melodramma e la voglia
di mordere, attraverso un luogo adatto ai pubblici spettacoli,
il pane sapido della modernità culturale. Il teatro offriva
uno spazio idoneo a ricevere un'arte insieme proto-nazionale
e popolare, che costituiva un autentico mastice di idee ricevute,
di sensibilità, di piaceri, adatto pure a contesti fino a
quel momento isolati e spesso condannati ad una grama sopravvivenza
"periferica" da circuiti mercantili e infrastrutturali arretrati.
In secondo luogo, non bisogna trascurare l'orgoglio dei ceti
dirigenti cittadini, e l'istintivo sentimento di emulazione
nei riguardi di città vicine già dotate di quello sfavillante
"oggetto del desiderio". In terzo luogo, occorre rammentare
il trasferimento, a livello di simboli dell'immaginario collettivo,
dal terreno religioso a quello laico, propiziato dal periodo
"francese"; e, dunque, la disponibilità, tutta nuova, a dirottare
su un cantiere pubblico a forte valenza ricreativa quelle
risorse che, in età moderna, erano state destinate alle chiese
e alle cattedrali. Neppure i cardinal legati, dopo il 1815,
erano riusciti ad erigere un argine morale contro il diffondersi
di questo virus insidioso, che minava dalle fondamenta l'omogeneità
della società a guida ecclesiastica: avevano dovuto far buon
viso a cattivo gioco, permettendo che le opere di Rossini,
Mercadante, Bellini, Donizetti e Verdi finissero sulle scene,
persinò in "cantucci" d'Italia tagliati fuori dalle vie di
comunicazione come Ascoli Piceno. Il teatro, dunque, introduceva
nelle città cospicui elementi di mutamento, più penetranti
e più subdoli della propaganda politica "nazionale", ancora
limitata a esigue frazioni della popolazione. Se, in altri
contesti, era il romanzo popolare a definire una nuova coscienza
di comunità, funzionale all'affermarsi dello Stato-nazione;
se, dopo il 1860, sarebbero stati infrastrutture e servizi
a rappresentare la nuova tappa della diffusione del "progresso"
in periferia, nelle prime decadi del secolo XIX la funzione
di metabolizzare e radicare il "moderno", nell'Italia analfabeta
dei cento campanili, spettò al teatro.